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Karim Metref

Mi chiamo Karim Metref. Sono nato nel 1967 in Algeria. Insegnante, educatore, attivista politico e culturale, Scrivo per mettere in chiaro le idee guida del mio cammino di vita e di lotta.
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Mercoledì 21 ottobre 2009 3 21 /10 /2009 12:04

 

Lettera alla politica e alla società civile dopo la manifestazione del 17 ottobre 2009

 

Sabato 17 ottobre 2009 alle 14.30, da Piazza della Repubblica a Roma, partiva una manifestazione che in aspetto assomigliava a tutte le altre. Ma la protesta del 17 ottobre, nonostante l'aspetto era molto diversa. Profondamente diversa nella sua essenza stessa.


Da 20 anni, dall'uccisione di Jerry Masslo nel 1989 a Villa Literno, fino a oggi di manifestazioni antirazziste in Italia ce ne sono state tantissime. Ma questa è la prima manifestazione nazionale contro il razzismo e contro le leggi razziste convocata e maggiormente organizzata da organizzazioni autonome di immigrati. Gli immigrati non erano soltanto molto numerosi in piazza come è stato segnalato in molti media. Questa volta non hanno fatto solo da porta bandiere o da comparse per portare un po' di colore nel corteo come erano soliti. Questa volta gli immigrati erano l'anima di questa manifestazione. Ma questo fatto, sembra, o non è stato chiaro a tutti o addirittura non è piaciuto per niente.

Fin dall'inizio, il “Comitato 17 ottobre” è stato guardato con diffidenza. Ignorato dal mondo della politica e di conseguenza anche da quello dei media potenti. In effetti la manifestazione del 17 ottobre sembra piovuta dal cielo. Ne hanno parlato un pochino alcuni piccoli giornali di sinistra ma timidamente, nelle ultime settimane. Le grosse macchine che di solito mobilitano per le grandi manifestazioni della sinistra (Cgil, Arci...) si sono mossi solo negli ultimi giorni. I partiti più grandi, alcuni hanno fatto finta di niente e altri hanno affidato la questione al loro reparto “immigrazione”, di solito poco numeroso e poco influente. Gli unici a crederci oltre ai comitati degli immigrati sono state piccole organizzazioni, piccoli partiti extraparlamentari, movimenti di base... Che hanno fatto insieme a centinaia di immigrati uno straordinario lavoro di informazione e sensibilizzazione capillare nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei luoghi di raduno della gente, quella vera, quella che lavora per vivere, quella che subisce la crisi in pieno. Al punto che negli ultimi giorni le direzioni dei partiti sembra siano state confrontate ad un dilemma importante: o continuare a negare la loro solidarietà e affrontare l'ennesima incomprensione da parte delle loro basi o raggiungere il corteo all'ultimo minuto. E hanno per la maggior parte scelto la seconda soluzione.

Alla partenza da Roma ovviamente c'erano tutti, o quasi. Ormai la vetrina era allestita e tutti ci volevano un posto in primo piano. Come al solito, partiti, sindacati e grosse associazioni hanno inondato il corteo di bandiere, magliette, capellini, striscioni, palloncini e chi più ne ha più ne metta. Non si sono fatti sfuggire questa occasione per praticare il loro sport favorito: quello di calpestarsi i piedi ad ogni manifestazione unitaria.

L'accordo stabilito, tra il comitato 17 ottobre e le varie organizzazioni presenti, di lasciare la testa del corteo al comitato unitario e di schierare le loro truppe dietro è stato più o meno rispettato dalle basi (anche se numerose bandiere hanno giocato a rincorrersi fino alla testa del corteo). Ma le grosse personalità l'hanno completamente calpestato. Il comitato organizzativo ha dovuto fare la caccia al politico per rimandarli indietro, a stare un po' insieme alle loro basi. Alcuni sono stati richiamati all'ordine varie volte... alcuni sono rimasti testardamente in testa di corteo nonostante le richieste e gli accordi.

Una nuova prova se ce ne fosse bisogno che se da una parte la gente “normale” è matura per un nuovo modo di fare e vivere la politica, le classi dirigenti rimangono il principale ostacolo a tale cambiamento.

 

Perché, anche se non si è visto ma, la manifestazione del 17 ottobre ha segnato un nuovo modo di protestare, di fare politica. Ed è giusto che questo cambiamento venga dai comitati di immigrati.

L'immigrato nel mondo ricco del Nord in genere e in Italia oggi in modo molto particolare rappresenta il gruppo sociale sul quale le ingiustizie dell'ultra liberalismo arrogante si esercitano con più ferocia. Come l'ebreo nell'inizio del secolo in Europa, come il nero negli Stati Uniti del dopoguerra, l'immigrazione costituisce in Italia una specie di popolo classe utilizzato per colmare i buchi causati dallo sfascio del patrimonio pubblico. Vittime delle vittime. Schiavi degli schiavi. Braccia sfruttabili a volontà a disposizione di piccoli agricoltori, industriali e imprenditori edili strangolati da un mercato controllato dai grandi gruppi che pretendono prezzi sempre più bassi. Servi e serve a disposizione di una famiglia strangolata dalla quasi assenza di welfare e di politiche per la cura di anziani e bambini. Capri espiatori a disposizione di una politica, che non può e non vuole nemmeno più dare risposte ai problemi veri, e che li usa come spauracchio per tenere i cittadini lontani dalle domande vere. Una schiavizzazione cominciata con il rapporto stretto tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno della “Turco-Napolitano” normalmente proseguito nella “Bossi-Fini” per concludersi del tutto logicamente nell'attuale “pacchetto sicurezza”. Rendendo l'immigrato sempre più vulnerabile, sempre più ricattabile.

 

E come nell'Europa del 900 e come negli Stati Uniti del dopoguerra, è dai diritti di chi più di tutti è senza diritti che comincia la lotta per migliorare la vita di tutti. Oggi, in Italia, la lotta per la dignità e i diritti di tutti ricomincia dalla lotta dei migranti.

La manifestazione del 17 ottobre non è una piccola sfilata tutta gentile che dice che il razzismo è una brutta cosa e basta. La manifestazione ha un piattaforma. Una piattaforma volutamente radicale. Troppo radicale per chi vuole essere politicamente corretto ma non affrontare mai i problemi alla base.

La manifestazione del 17 ottobre chiama quelli tra i politici e i membri della società civile italiana che hanno ancora a cuore i valori della democrazia, della libertà e dell'uguaglianza a tornare alla politica vera. Quella che si fa con la gente vera. Non da Floris, non da Santoro, non da Vespa! Non quella che scalda le poltrone, non quella che si focalizza sui festini e le veline di Berlusconi.

Ma quella che parla dei temi che Berlusconi (e credo anche tanti dell'opposizione) non vorrebbe sentire. Quella che tratta delle vere cause della crisi. Che parla di lavoro, di scuola, di sanità, di sociale e ambiente. Di beni pubblici che non devono diventare beni di pochi.

Di quella politica che non fa finta che la questione del sociale si ferma ai confini dell'Italia. Di quella che affronta le questioni nazionali e internazionali insieme perché il mondo è più che mai un tutt'uno. Di quella che non nasconde all'Italiano che se le ragazze di Benin City vengono a prostituirsi in Italia è perché la Shell-BP, la Total, la Chevron e soprattutto la Agip hanno ammazzato il mare, i laghi e le terre di cui viveva il loro popolo.

La politica vera che non cerca di abbindolare la gente con la storia che “l'immigrazione è una buona cosa. Perché porta braccia alla nostra economia e ringiovanisce la popolazione. ”

Come se fosse vero che milioni di persone costrette a lasciare la propria terra fosse una buona cosa. Come se paesi interi che si svuotano della loro linfa vitale fosse una buona cosa. Come se decine di migliaia di bambini che crescono in Moldavia, Romania, Ucraina, Polonia... senza la madre (perché la madre sta ad accudire qualche anziano o i bambini di una altra donna in Italia) potesse essere una buona cosa.

Come se fosse una buona cosa che un ragazzo che nasce a Bamako e che non ha, per poter almeno sognare un vita dignitosa, altra scelta che attraversare il deserto a piedi e poi il mare su una qualche imbarcazione di fortuna per, se sopravvive... venire a vendere accendini a Brescia.

Come se per ringiovanire la popolazione italiana non ci sarebbero modi per permettere ai giovani di avere bambini e poterli crescere senza paura e senza che sia un fardello insopportabile. Come se anche la produzione dei bambini si potesse delocalizzare verso luoghi dove viene a costare meno.

 

A tutto questo richiama la piattaforma volutamente radicale del 17 ottobre. Richiama ad una politica che si autorizza a ripensare il mondo e non si limita a gestire soltanto quei pochi spazi lasciati a loro disposizione dal mercato e dalla finanza internazionale. Richiama a un ritorno ai valori. Richiama a ricominciare dagli oppressi. Per ricordare che: i diritti o ce li abbiamo tutti o non ce li ha nessuno. Per far suonare il campanello d'allarme, per dire che non c'è più tempo da perdere. O ci svegliamo e ci decidiamo a cambiare radicalmente prima noi stessi e il nostro modo di pensare e di fare politica o le cose andranno solo peggiorando. Per i paesi poveri prima, per i migranti dopo e poi per tutti. Ma veramente tutti quanti!

Di Kametref - Pubblicato in : Lettere
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Commenti

Precisazione: Avevo scritto: "Anche se guardandomi attorno vedo che non ci sia nulla rispetto all'apertura effettiva di spazi di democrazia e di rappresentanza nelle organizzazioni a cominciare dal sindacato" ecco avevo saltato "di più" quindi l'affermazione era che "non vi sia nulla "di più" rispetto ....". Cambia molto il concetto

Detto questo Karim c'è anche un passaggio importante cui il tuo articolo potrebbe / dovrebbe portare: l'esigenza di un'analisi spietata sul fallimento dell'esperienza antirazzista in Italia. Il fallimento del discorso antirazzista in Italia contiene in sè le spiegazioni anche del processo di desintegrazione socio-politica. L'egemonia culturale del razzismo non è solo riconducibile solo al 11 di settembre ma era già nel successo crescente della Lega e le omissioni politiche della sinistra sul tema dell'uguaglianza. Ma anche qui c'è una forte responsabilità degli immigrati.
Commento n°1 inviato da Aly Baba FAYE il 28/10/2009 alle 17h06
Karim apprezzo la passione e la determinazione che questo tuo articolo esprime. Il tuo articolo rileva con accortezza la differenza sottile tra protagonimo e partecipazione. Il protagonsimo degli immigrati è stato sempre sollecitato: venite compagni, venite a "partecipare". E così la cooptazione delle classi dirigenti, la leggittimazione delle associazioni di immigrato tutto restava come "gentile concessione" da parte di organizzazioni degli indigeni titolari del poter di "vita e di morte". Questo è un punto che ho apprezzato e che ho considerato anche da un punto di visto autocritico. Anche se guardandomi attorno vedo che non ci sia nulla rispetto all'apertura effettiva di spazi di democrazia e di rappresentanza nelle organizzazioni a cominciare dal sindacato. Poi resta il nodo appunto della crisi dell'associazionismo degli immigrati e dei meccanismo di rappresentanza. Infine se mi consente una battuta dico che è urgente far coincidere protesta e proposta pe incidere nella realtà. A tal proposito mi ha colpito gli episodi di razzismo il giorno dopo la manifestazione e l'alone di islamofobia che ha accompagnato il dibattito sull'ora di religione. Insomma caro Karim dico a met stesso: c'è ancora da fare
Con stima
Commento n°2 inviato da Aly Baba Faye il 27/10/2009 alle 09h47
Sì Aly
Hai ragione. Dalla protesta bisogna anche spostarsi verso la costruzione di qualcosa. L'associazionismo migrante è stato per ora strumento per gli interessi di pochi. E' classico lo schema del moldavo, senegalese, marocchino, peruviano... di turno che crea una associazione in cui in realtà c'è solo lui e la moglie e qualche amico e si fa affari suoi. assediando ogni giorno gli uffici di questo o quell'altro assessore per avere soldi per le famose feste etniche.
Ma o credo che è un modello ce sta tramontando. Oggi ci sono miriadi di collettivo creati per lottare. Struttura orizzontale, attivismo determinato e anonimo. Nessuno vuole più portare sulle spalle qualcuno ce vuole solo promuovere se stesso.
Credo che qualcosa sta cambiando.
E' ovvio che ci vuole anche qualcosa di strutturato a livello nazionale e che riesca ad imporre la propria presenza rovesciando i classici schemi di designazione dei "rappresentanti" degli immigrati nel mezzo analfabeta incravattato che viene in TV per difendere la moschea o il velo o a dire noi romeni siamo bravi lavoratori... Quasi ringraziando di essere presente sul set di Bruno vespa anche se per fungere da bersaglio vivente per un vero e proprio gioco del massacro.
Ma credo che ci vuole tempo. La lotta è una scuola. E ha i suoi tempi. Un movimentocresce piano piano. Speriamo solo che non muoia strada facendo.
Risposta di Kametref il 27/10/2009 alle 09h59
Ho letto la lettera con interesse, per le cose che dici e lo spirito che c'è dietro e devo dire che condivido molto ma soprattutto ne condivido l'afflato. Premetto che io a Roma non c'ero, ma vengo subito ad alcuni problemi che ho riscontrato nella tua lettera:
1) Nuova politica?
non credi che sia un po' esagerato dire che il 17 a Roma sia nato un nuovo modo di far politica? questa cosa non è già stata detta per altre occasioni?
2) nuovo protagonismo? mai stati porta bandiera!
non credi che le numerose manifestazioni nazionali o locali, che hanno preceduto il 17, abbiano visto sempre questo protagonismo degli immigrati? se in passato erano solo porta bandiera,forse si potrebbe dire lo stesso per questa! o forse è meglio dire che non sono mai stati dei semplici porta bandiera, ma che così sono stati visti dalle forze politiche e dalle associazioni, comprese quelle piccole della sinistra radicale e rivoluzionaria che hanno organizzato il 17!
3) un nuovo modo di fare politica: non guardiamo solo a Roma e ai cortei!
non credi che per quanto importanti possano essere i cortei nazionali, forse le lotte più determinanti siano quelle a livello locale? purtroppo i semplici cortei non solo sono occasione di protesta per chi subisce un sopruso, ma anche momento di sfilata per i soggetti politici! mentre le lotte legate ad luogo sono diverse, perché lì c'è il vero protagonismo nello scontro contro gli aguzzini, i sopraffattori di turno. Sono molte e ne riporto solo un piccolo esempio: le numerosissime rivolte nei CIE di questa estate, gli scioperi in alcune aziende dove i lavoratori immigrati sono i protagonisti (per esempio Origgio per Milano), la rivolta della comunità africana contro la Camorra. Tutte lotte dure, alcune volte represse nel sangue o con i licenziamenti. E a conferma di quello che dico, se notate, in queste occasioni non solo le forze politiche non si vedono (anche le più estreme), ma quelle più grandi le denigrano.
Comunque speriamo che questi piccoli e importanti focolai sparsi in tutta Italia si diffondano e che qualcosa cambi in meglio in questo paese.
ciao
Ric
Commento n°3 inviato da Riccardo il 22/10/2009 alle 13h03
Caro Ricardo,
Mi dispiace di rispondere molto in ritardo. Avevo lasciato il tuo commento da parte per risponderci con calma. Perchè non era il solito commento da tifoso pro o contro, ma articolato e argomentato.
Hai ragione ho esagerato nella formulazione di certi concetti. è un po' una enfasi tutta retorica, te lo concedo, quella di dire che è nuovo modo di fare politica. Ma in sostanza ritengo non sia sbagliato dirlo per quanto riguarda la politica legata ai diritti degli immigrati in Italia.
Questa manifestazione e anche le fasi preparatorie (e qui non c'è contradizione tra quello che dici e quello che dico, perchè per me le manifestazioni locali e regionali che hannoportato a roma fanno parte di questo processo) sono state una novità per l'Italia. Ma è anche normale. Noi abbiamo fatto da porta bandiera. quando lo dico intendo la maggioranza. Non contano i pochi immigrati protagonisiti di qua di là che c'erano finora. Abiamo fatto da porta bandiera perchè non c'era una coscienza del nostro status. Giustamente ognuno si considerava un essere umano e basta.
E' la reppressione e lo sfruttamento selvaggio, in fin dei conti, che creano la coscienza di appartenenza ad un preciso gruppo.
Risposta di Kametref il 11/11/2009 alle 11h45
Tu e mihai butcovan avete detto cose molto interessanti a proposito di questa manifestazione. Purtroppo hai ragione quando dici che la classe politica e quella dei sindacati sono i maggiori ostacoli al cambiamento. La stampa nazionale, con la sua autocensura, fa il resto. Forse esiste un razzismo anche per l'informazione. Per questo ho pubblicato le tue parole e quelle di Mihai sul mio blog. E spero che questo lo facciano anche tanti altri.
Commento n°4 inviato da maurizio il 21/10/2009 alle 18h05
Grazie Maurizio,
E' questo il bello della blogosfera. Che siamo tutti molto piccoli ma non ci vediamo come concorrenti ma come alleati per far passare la voce di chi non ha voce al registro.
Risposta di Kametref il 27/10/2009 alle 09h51
Carissimo karim,
anch'io da Biella sono sceso a Roma per assistere alla splendida manifestazione popolare del 17 ottobre.
anch'io.che di manifestazione ne ho fatte parechie, ho notato che questa manifestazione abbia avuto qualcosa di unico, qualcosa di storico.E' stata molto radicale e le persone che hanno partecipato sinceramente convinte.Tra i politici che ho incrociato, Pannella (seguito dai suoi leccaculo di radioradicale)e il neo segretario niki vendola sul marciapiede di via labicana.
Sembravano molto fuoriposto, avevano un sorriso freddo.Avranno pensato: questi qui mica ci portaqno voti, che manifestassero pure.
Ho avuto questa sensazione sgradevole.
Io credo molto nella lotta per affermare i diritti universali che, o sono di tutti o sennò diventano privilegi per pochi.
Lottiamo e abbattiamo questo stato di cose, noi dal basso.

Un abbraccio, Stefano.
Commento n°5 inviato da stefano Ingala il 21/10/2009 alle 17h54
Grazie Stefano,

Questo è lo spirito giusto. Sperimo continui così. Sai il sistema è potente. è molto corrtto e ha anche una grande capacità di corrompere. Speriamo gli immigrati e chi sta a loro fianco resistino al canto delle sirene.
Risposta di Kametref il 27/10/2009 alle 10h01
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